Se non mi piace il lavoro che faccio

Se non mi piace il lavoro che faccio

Quando si affronta il tema lavoro, si apre un mondo molto vasto e anche complesso che credo potremo attraversare un poco alla volta.

Il lavoro è un’area importante della nostra vita. Ne occupa una buona parte e quindi è lì che più ragionevolmente cerchiamo la nostra realizzazione personale.

I passaggi naturali sono:

  1. sapere cosa ci piace fare.
  2. individuare il lavoro specifico in cui possiamo farlo
  3. cercare poi di fare quel determinato lavoro, affrontando sfide e rischi relativi.

Questo processo, che rappresenta la strada ideale, purtroppo non è semplice. Il mercato del lavoro non a tutti offre il privilegio di scegliere cosa fare.  E’ anche vero che a volte, non sappiamo bene neanche quello che vorremmo fare. L’orientamento è un altro aspetto importante e ne parleremo un’altra volta.

Qui vorrei invece condividere alcune riflessioni per quelle occasioni in cui la strada ideale non è percorribile o per varie ragioni non è stata percorsa. Quella situazione molto comune in cui il lavoro serve a “darci da vivere” e le nostre aspettative di soddisfazione, o autorealizzazione sono molto basse.

Confucio dice: “Scegli il lavoro che ti piace e non lavorerai un solo giorno in tutta la tua vita.” E’ verissimo. Quando non possiamo farlo, chiediamoci:

  • Cosa significa per me quello che faccio?
  • A cosa mi serve?

Se quello che faccio non mi può offrire spazi creativi di autorealizzazione, perché ostinarsi a cercarli lì? Posso cambiare lavoro?

Se  SI’, si riparte con il percorso ideale. Se la risposta è NO, bisogna cambiare qualcosa da un’altra parte.

Ammesso che la risposta NO non abbia possibilità di ripensamenti, ammesso che io non possa scegliere di fare altro per vivere, posso però scegliere come vivere e far sì che la strada in salita della motivazione si faccia più sopportabile. Come? Dando il giusto valore al tempo che spendiamo lavorando.Posso decidere di non essere vittima del mio destino, ma protagonista delle mie esperienze. Posso decidere di limitare, invece che allargare, l’influenza del mio lavoro sulla totalità della mia vita relegandolo al suo ruolo: fonte di reddito.

Non è facile, lo so, ma è un processo necessario se vogliamo conservare energie e volontà per ritagliarci altri spazi.

Se non posso affermare che “La mattina mi alzo dal letto felice di andare al lavoro, perché questo dà senso alla mia vita” posso però dire “Ogni giorno mi alzo per andare a guadagnare ciò che mi permette di vivere la vita che mi appartiene”.

A fine giornata riuscire a chiudere la porta del lavoro, con tutte le difficoltà, i dispiaceri, i conflitti che si porta dietro, significa costruire una linea protettiva tra bisogni essenziali e bisogni più alti, quelli in cui ci riconosciamo come individui unici.

Il mio lavoro è solo il mio lavoro, io sono altro e posso fare altro per essere una persona più felice. Potremmo addirittura scoprire che quel lavoro ha anche qualcosa di buono. E nonostante non sia ciò che vorremmo, noi riusciamo comunque a dare qualcosa di personale e portarci a casa qualche soddisfazione.

La strada verso il benessere passa sempre per la consapevolezza e spesso anche quella del benessere di chi ci sta vicino.

“Secondo un sondaggio condotto dalla società di servizi  per le risorse umane Kelly Service, su un campione di 5.500 lavoratori della penisola, il 69% spera di cambiare lavoro: se non proprio a breve, quanto meno entro cinque anni. “

Fonte: La Repubblica 

Ringrazio tutti coloro che hanno dedicato del tempo per condividere la propria esperienza e lasciare un contributo.  Il lavoro… quando non c’è, andrebbe bene qualunque cosa; quando c’è, giustamente vorremmo quello giusto. Come si fa? Purtroppo non ho una ricetta. Una ricetta non c’è. Posso solo condividere la mia esperienza. Ho fatto sempre quello che amavo, e ho sempre amato quello che ho fatto. Con sacrifici, sconfitte, vittorie, grandi cambiamenti, scelte difficili, tanto impegno. Niente è facile. Tutti abbiamo una strada da percorrere e la nostra vita è il percorso che facciamo per avvicinarci a una meta, che è la nostra visione. Restare coerenti alla nostra visione è la nostra libertà.

Non sono riuscita a rispondere a tutti purtroppo, e dopo tanto tempo ho chiuso questo articolo, ma spero che i commenti e le riflessioni qui riportate possano essere utili a tutti i lettori. Grazie 

Carla Benedetti

Ho intrapreso gli studi e la professione di coach dopo quindici anni di attività nel management, nelle Risorse Umane e nella gestione di piccole imprese in Italia e all’estero. Credo fermamente che ogni singolo individuo possa dare il suo contributo a quel cambiamento culturale che renderà il mondo migliore.

Questo sito web utilizza i cookie e consente l’invio di cookie di terze parti. Premendo il tasto OK o compiendo una qualunque azione all’interno del sito web accetterai l'utilizzo dei cookie. Per saperne di più su come modificare o negare l’utilizzo dei cookie consulta la nostra: Privacy policy

OK