Cambiamento interiore o cambiamento esteriore?

Conosci qualcuno che abbia deciso all’improvviso di lasciare il proprio lavoro, magari anche un lavoro importante, di rivoluzionare la propria vita con le sue abitudini, impegni, regole, per ricominciare da capo? Qualcuno che abbia mollato tutto per inseguire il proprio sogno? A me è capitato di incontrare qualcuno che lo ha fatto, e io stessa mi ci sono trovata parecchi anni fa.

Ogni volta che mi raccontano storie simili mi viene un senso di liberazione, neanche fosse in gioco la mia di libertà. Quasi rivivessi quel senso di potenza che provavo quando partii per scoprire dove stava il mio cuore, dove avrei riconosciuto la mia storia.

Oggi ho letto un articolo sull’esperienza di Simone Perotti, un uomo che ha abbandonato la vita agiata e frenetica a cui era abituato, per un’alternativa essenziale eppure più ricca.

Un altro, e ce ne sono sempre di più.

  • Ma come funziona il cambiamento?
  • E’ sempre necessario un cambiamento esteriore radicale per seguire i propri sogni?
  • Oppure un cambiamento interiore ci porta comunque sulla strada giusta senza dover strappare contratti di lavoro, emigrare o dolorosamente divorziare?

Dipende.

Il ciclo del cambiamento passa per diverse fasi. Una, la più intensa, è la tempesta. Si chiama così quella fase in cui ci sentiamo destabilizzati e confusi. A volte dipende da un evento esterno, a volte siamo proprio noi a entrarci perché ci sentiamo in qualche modo fuori posto e costretti a fare i conti con ciò che abbiamo.

La tempesta è un momento difficile da cui non vediamo l’ora di uscire. E’ però anche il momento in cui siamo portati a decidere. Restare lì sospesi nel vuoto? Tornare indietro verso una condizione frustrante e non soddisfacente? O andare avanti? Avanti dove?

Di solito abbiamo un’idea abbastanza chiara di cosa non vogliamo, di cosa non ci piace. Più complesso è capire cosa vogliamo. Ancora di più, cosa siamo disposti a mettere in gioco per provarci. Giusto, provarci, perché il successo non è mai garantito.

Per questo spesso è più facile restare dove si sta. Per quanto frustrante e triste è una condizione conosciuta che richiede sopportazione, rassegnazione, ma che non richiede di avventurarsi nel nuovo. Il nuovo che fa paura.

Per cambiare ci vuole un po’ di coraggio e determinazione. Che si tratti di mollare tutto o semplicemente cominciare qualcosa, abbiamo bisogno di ascoltare ciò che siamo, prenderne consapevolezza, scoprire cosa sopportiamo e rivelare la nostra vera passione.

La vita che viviamo è propria come vorremmo? Cosa vorremmo cambiare?

Di cosa abbiamo bisogno per farlo?

E poi finalmente agire.

E’ questo il cambiamento interiore. Arrivare a sapere chi siamo oggi, cosa vogliamo essere domani e scegliere di agire per diventarlo.

Se le condizioni in cui ci troviamo non ci permettono di spostarci, allora bisogna cambiarle. Come ha fatto Simone Perotti.

La bella notizia è che spesso si tratta solo di qualche aggiustamento, e per qualcuno addirittura non serve neanche quello. Soltanto conoscendoci possiamo fare chiarezza. Potremmo scoprire che in fondo, la vita che viviamo va già bene così e cambiare significa semplicemente imparare ad apprezzarla.

 

 

 

 

22 novembre 2011 - Questa voce è stata pubblicata in News e attualità. Contrassegna il permalink.

3 risposte a Cambiamento interiore o cambiamento esteriore?

  1. Massi scrive:

    Condivido al 100% quanto scrive Carla.

    Condivido anche molto di quanto ho letto, nell’ultimo anno di Simone Perotti.

    Purtroppo non conoscevo né Carla né Simone quando ho iniziato il mio percorso. Un percorso molto lungo, forse troppo, proprio perché non ho scambiato con tutti coloro che stavano vivendo dei cambiamenti simili al mio.

    Mi permetto di dare un suggerimento: il lavoro si fa con sé stessi, ma non perdete l’opportunità di entrare in contatto con altri grazie alla rete.

    Ci aiuta moltissimo scambiare impressioni e stimoli con persone che non possiamo conoscere al lavoro, in famiglia o casualmente: occorre cercarle nella rete.

    In certe situazioni poi occorre un po’ di coraggio: scrivere, ragionare, parlare serve, ma bisogna osare come fece Hernán Cortés che, sbarcato con i suoi uomini in Messico, diede l’ordine di bruciare le sue undici navi, in modo da eliminare ogni tentazione di tornare indietro e aumentare gli stimoli ad andare avanti.
    Cortés non sapeva cosa lo avrebbe aspettato, ma riuscì in un’impresa enorme: partì con poco più di cinquecento uomini e in circa tre anni conquistò l’intero Impero Azteco (l’attuale Messico), abitato da milioni di persone.

    Nulla è impossibile, dipende da noi: determinazione, riflessione e azione. Non si può pensare sempre, occorre essere l’attore/attrice della propria vita.

    Nel continuo equilibrio che stabiliamo tra “SICUREZZA” e “LIBERTA’” in ordine alla situazione lavorativa, alla situazione abitativa, alla situazione famigliare, etc. se vogliamo cambiare la nostra vita dobbiamo cambiare questo equilibrio: sicurezza e libertà sono inversamente proporzionali ed ognuno di noi deve trovare il proprio equilibrio, in ogni periodo o fase della vita.

    Concludo con un proverbio tradotto dal tedesco:

    Nella vita non c’è alcuna prova generale,
    C’è subito e solo la prima rappresentazione.

  2. Mariapina scrive:

    Cara Carla,
    mi ha molto colpito il tuo post e voglio rispondere alla tua domanda. In qualche modo tutta la mia vita e quella della mia famiglia è costellata di cambiamenti radicali e ciclici: mio padre era un militare. Stavamo in un posto al massimo due anni e poi un trasferimento scombinava in modo diverso le carte di ciascuno di noi. Non si trattava- è vero- di una nostra decisione ma in qualche modo, anche per la diversa reazione dei miei genitori, diventava un banco di prova per tutti noi. Ricordo le preoccupazioni di mia madre (si trattava di affrontare con il trasferimento una serie di rogne, in un tempo in cui non si poteva confidare in una ditta di traslochi che ti imballasse gli oggetti più delicati in modo da preservarne l’integrità). Regolarmente, una volta giunti nella nuova dstinazione si contavano i danni e questo non faceva gridare di gioia mia madre. Papà era lui il militare e un militare deve essere così, pronto ad ubbidire agli ordini. Lui di suo ci metteva la generosa adesione ai cambiamenti, visti come un’opportunità. Non sono in grado di parlare della reazione di mio fratello, più piccolo di me di cinque anni, ma so bene quello che pensavo io: mi proiettavo nel futuro, immaginavo le nuove compagne, mi prefiguravo i luoghi e li pensavo sempre belli. Al contempo mi dispiaceva lasciare persone e cose e paesaggi a me ormai cari e noti.
    Non so se questa mia esperienza è pertinente.
    Me ne viene in mente un’altra ma anche questa non risponde esattamente alla tipologia di cui io non ho esperienza: quella di chi cambia del tutto la sua vita, lasciando il certo per l’incerto, unicamente per ubbidire all’ impulso a cui poche persone, credo, sono in grado di rispondere impegnate fino allo spasimo nella ricerca di se stessi e nella concretizzazione di un un modo nuovo di stare al mondo. L’esperienza di cui ti parlo e che conosco bene perchè la sua febbrile ricerca si è, nel bene e nel male, ripercossa nella mia vita è quella di mio fratello che per inseguire il suo sogno di fare il giornalista e non trovando modo di concretizzarlo a Catania dove allora vivevamo si è trasferito in Veneto e lì si è poi sistemato, conservando sempre nel cuore la viva e tangibile impronta della sua terra lasciata con tanta amarezza. Dovrei meglio sviscerare sentimenti e reazioni di allora ma, dato che sento di essere un po’ fuori tema, mi fermo qui, sperando di averti fornito, comunque, la palpitante realtà di scelte difficili.

  3. Carla Coach scrive:

    Grazie Mariapina e grazie Massi,
    dei vostri bellissimi commenti e per aver condiviso esperienze e riflessioni molto personali.

    Sono d’accordo con te Massi, la vita è la nostra prima e unica rappresentazione.
    Scegliere come viverla dipende da noi. Anche nelle situazioni più difficili noi possiamo scegliere di stare fermi ad aspettare quello che arriverà o muoverci per affrontare quello che succede e chiederci – cosa posso fare?

    Proprio come ci racconti tu Mariapina, quando dici: “so bene quello che pensavo io: mi proiettavo nel futuro, immaginavo le nuove compagne, mi prefiguravo i luoghi e li pensavo sempre belli. Al contempo mi dispiaceva lasciare persone e cose e paesaggi a me ormai cari e noti” . E’ proprio questa la PROATTIVITA’. Pur nel dispiacere di lasciare qualcosa di caro e noto, ti proiettavi nel futuro facendo di te stessa la protagonista e l’artefice della tua avventura personale.

    A presto

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